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La Provenza ed il delta del
Rodano erano diventati per me più di una curiosità da fotografare; ormai provavo
un grande ed incontenibile bisogno di scoprire questa splendida regione della
Francia Meridionale. Visitarla a fine marzo mi offriva delle alternative
allettanti. Sapevo di non trovare i campi di lavanda e neppure le feste gitane
delle stagioni più calde, ma altresì avrei evitato la grande massa di turisti e
soprattutto mi sarei risparmiato il grande fastidio delle diffusissime zanzare,
ormai presenti anche nei depliant più sobri.
Dalla provincia di Venezia
siamo arrivati ad Arles in poco più di otto ore, in una splendida giornata di
sole con qualche nuvola cangiante rimasta li dopo la pioggia del giorno prima.

Lasciati i bagagli in hotel
(quelli economici, della catena Etap), ci siamo subito messi alla ricerca dei
paesaggi must della zona, raggiungendo velocemente il famoso ponte di Langlois
ritratto da Van Gogh in un celeberrimo quadro. Il posto è incantevole, avvolto
dalla quiete della verdeggiante periferia, in una serata dove la macchina
fotografica era assolutamente obbligatoria. Cielo azzurro, qualche nuvola bianca
e la luce che ad ogni minuto cambiava colore portandosi verso toni pastello più
caldi. Il corso d’acqua che passa sotto il ponte, i barconi ormeggiati più a
monte e la casa vicina al ponte levatoio erano assolutamente stimolanti per un
amante della fotografia.
Per l’occasione ho montato
un grandangolo (Sigma 10-20), gentilmente prestato da un amico, con tanto di
polarizzatore circolare per enfatizzare e saturare i colori di quel paesaggio
così unico. Le mie Canon con sensore ASP-C potevano così godere il brivido di un
ampio campo di scatto che normalmente e riservato alle macchine con sensore Full
Frame. Il risultato è stato di tutto rispetto perché i paesaggi sono quelli che
soffrono meno delle distorsioni e aberrazioni di ottiche così estreme ed
economiche. A mio avviso questo Sigma è qualitativamente lontano dalle ottiche
Canon, sia per incisività, distorsione che per vignettatura.
La tappa successiva ci ha
portato ad est di Arles alla ricerca del mulino a vento di Alphonse Daudet. Pur
essendo un manufatto riordinato e gestito per un turismo di massa, alla sera,
poco prima del tramonto non c’era alcun assembramento (cosa probabile visto le
dimensioni del parcheggio antistante) e il cielo con gradazioni tra il blu ed il
rosso ci ha permesso di eseguire alcuni scatti in tutta tranquillità; La luna
bassa al tramonto aggiungeva una nota romantica sulla cima di quella piccola
collina.

L’ora legale appena entrata
in vigore ci regalava un’ora di luce in più e soprattutto la longitudine aveva
spostato l’ora dell’oscurità. Abbiamo così puntato verso sud, seguendo la strada
sulla sponda destra del grande Rodano, fino a raggiungere Salin de Giraud,
famosa per le saline che producono un eccellente sale famoso in tutta Europa.
Mentre la luce sfumava, un vento spaventoso spazzava le pianure che ci
circondavano. Nelle fattorie, ai lati della strada, i cavalli e i tori erano
ancora fuori da ogni riparo incuranti della sera che arrivava. Mi annoto i punti
più suggestivi dove tornare l’indomani per qualche scatto dei protagonisti della
Camargue.
Continuando verso sud, il
tratto più ameno e suggestivo si incontra quando sulla sinistra si intravede il
maestoso fiume scorrere veloce verso la foce e sulla destra la laguna “Plan de
Bourg” che ci separa dal mare. Da un belvedere segnalato sulla nostra mappa, in
prossimità delle saline provo qualche scatto panoramico, ma il vento si fa più
pungente e l’uso del cavalletto poco stimolante; quasi non si sta in piedi.

Sono montagne di sale di
grandi dimensioni che con la poca luce e le nuvole minacciose appaiono
completamente grigie con qualche squarcio bianco presente dove il sale è stato
appena asportato. Il sale rimane così accatastato per oltre un anno prima di
essere raccolto da immense macchine con nastri trasportatori e scaricato sui
camion. Gli addetti alla raccolta del sale sono ancora all’opera ed a hanno
acceso alcuni fari per poter continuare a lavorare con il sole che cala
velocemente.
Continuiamo lungo una lingua
di terra asfaltata che si fa sempre più stretta, con a destra il paesaggio che è
cambiato lasciandoci la lambire dallo “Stagno di grande Palun”.

Le raffiche di
vento sono impressionanti e non riusciamo a capire come i numerosi fenicotteri
continuino a cercare cibo, affondando il loro particolare becco, a rastrellare
la laguna senza che dimostrino alcun timore delle condizioni avverse.
Gli ultimi chilometri
percorsi tra le due lagune sono davvero entusiasmanti; Il cielo si incupisce
tono dopo tono, i fari in giro per la foce di tutto il delta sembrano stelle
lontane.
Raggiungiamo la “Spiaggia di
Arles” dove troviamo diversi camper posizionati uno a fianco all’altro per
ripararsi dalle raffiche di vento. L’area dove sostano e una specie di secca che
forma un piccolo piazzale e dove la sabbia con suggestivo movimento sfuma e si
alza dalla superficie come fumo. La fotografo, perché non voglio perdermi uno
spettacolo così inusuale. Utilizzo cautelativamente il muletto, la 400D, per via
della sabbia che mi si spara addosso e sulla macchina. Due, tre scatti col
grandangolo e poi dentro in macchina, tra i camperisti incuriositi. Bellissimo
momento, ma quella sabbia sull’obiettivo al momento mi disturba.

Il buio ci ha inghiottito
ed il panorama si è fatto corto, solo le luci dei fari ci fanno compagnia.
Abbiamo preso abbastanza freddo e così ci infiliamo in macchina e torniamo verso
nord fino a raggiungere il traghetto sul Rodano che ci porta in centro al paese
di Port-Saint-Louis-du-Rhone. Un ordinato paesino con ponti suggestivi con tanto
di grosso contrappeso. Scegliamo il locale Tamaris in Route de Napoleon; un bar
trattoria senza pretese ma economico (€ 40,00 in tre, per poco più un piatto e
bevande).
Uno sguardo sul porticciolo
e poi verso Arles per raggiungere l’albergo (è dall’Italia che non ci siamo
ancora fermati). All’albergo per prima cosa scarico le schede sul mio xdrive per
averne una copia di riserva e poi già si pensa agli scatti del giorno dopo.
La prima colazione è
un’ottima carica per iniziare bene la giornata. Impostiamo il GPS per
Saintes-Maries-de-la-Mer, sapendo che in realtà avremmo cambiato molte volte
rotta alla ricerca di amenità e curiosità. Infatti le fermate a bordo strada non
si contano e le fotografie ai cavalli ed ai tori certamente non mancano. Qui
sfodero il mio biancone 100-400 che sulla mia 40D accentua la sua attitudine di
scrutatore di particolari lontani e non sempre visibili ad occhio nudo.
È curioso notare come i tori
siano marchiati con una sorta di logo bianco che interpone un cuore tipico della
Camargue. I cavalli sono piuttosto bassi ed il colore bianco identifica la loro
età adulta, infatti fino ai quattro anni sono marroni o grigi.

Le strade bianche che
attraversando sterminate distese verdi, dove lo sguardo si perde lontano, le
percorriamo lentamente e questo ci impegna tutta la mattina senza peraltro
stancarci. Gli scorci di cielo blu e le canne altissime color marroncino chiaro
pettinate dal vento, ci appaiono improvvisamente a macchia, nascondendo quello
oceano d’erba lucida come in un quadro di primavera lussureggiante che l’aria
tersa ci regala. Si scende spesso dall’auto per non perdere scatti così ricchi
di colori saturi e contrasti improbabili. La 40D lavora col 17-40 e
polarizzatore per sfruttare le angolazioni laterali della luce del mattino, il
tutto montato sul Manfrotto necessariamente appesantito al baricentro per
aumentare la stabilità visto che nel delta spesso c’è il vento.

Una grande catasta ben
ordinata di canne lacustri, già lavorate per diventare il tetto di qualche casa
spersa tra le lagune, riposa a seccare lungo la sponda sinistra del ramo piccolo
del Rodano, con dietro come sfondo un cielo blu intenso cattura la nostra
attenzione. Il 10-20 Sigma risulta molto creativo per soggetti così inconsueti,
collocati in una sensazione di naturale pace. Come sempre gli scatti non si
contano e le angolazioni di ripresa sono molteplici. I colori ocra e verde in
quest’area erano accompagnati dal colore blu intenso del Rodano che scorre
rapido, com’è rapido il vento qui e rendendo il paesaggio selvaggio e dinamico
quasi in continuo cambiamento.
Scendendo ancora più a sud
lungo la D570 puntiamo direttamente per visitare il Parco Ornitologico Pont de
Gau sito di grande interesse naturalistico della regione. L’ingresso è di € 7,00
e ci viene consegnata una mappa schematizzata dell’area.

Appena entrati la
delusione è il sentimento più marcato che si fa sentire; pare di essere allo zoo
per via di alcune gabbie proprio all’ingresso. Confortevoli sentieri si snodano
attraverso corsi d’acqua e laghetti nell’area meridionale del parco. La presenza
dei molti volatili ha un sapore di artificioso, di prettamente turistico. Tanti
uccelli, di tutti i tipi e specie, convivono tranquilli in specchi d’acqua
turchese, incuranti dei numerosi turisti curiosi. Non volano via; la maggior
parte vive li. Si tratta di sessanta ettari percorsi da circa sette chilometri
di viottoli. L’impatto con i fenicotteri e assolutamente piacevole, pur sapendo
che il loro vivere in così tanti, tutti accalcati l’uno all’altro ha senz’altro
una motivazione. In questa meta sfodero orgoglioso il mio biancone, lo zoom
100-400 che mi permette delle inquadrature splendide con una nitidezza tipica
delle ottiche Canon della serie L .

Al centro di uno di questi
specchi d’acqua, sopra un isolotto, troneggia un albero addobbato di aironi,
garzette, cormorani e molto altro. Per mezzo di strategici e ben collocati
osservatori possiamo posizionarci molto vicino agli animali ritraendoli durante
i loro atterraggi e volteggi, dove partono e ritornano eleganti e maestosi. Le
feritoie di questo, ma anche degli altri capanni, sono davvero ben realizzate
e trovare una sistemazione corretta non è assolutamente difficile.
Il vociare degli uccelli
accompagnato dall’immancabile vento è l’unico rumore che si ode finché non
arriva il guardiano motorizzato che lancia ai fenicotteri il pasto serale,
creando un grande movimento assolutamente suggestivo. I fenicotteri si alzano in
volo per avvicinarsi al cibo, creando una splendida nuvola rosa in volo.

Spostandosi verso nord,
permette lungo i suoi verdeggianti sentieri di spostarsi in punti assolutamente
più selvaggi, più naturali, dove per scorgere qualche uccello è necessario un
atteggiamento più attento e discreto. L’area a ovest confina, con una grande
laguna naturale, divisa soltanto da una rete che consente di osservare gli
uccelli più allo stato di libertà. Lungo tutto il cammino sono presenti grandi
capanni e i meno numerosi uccelli sono ben visibili. La stagione è quella degli
accoppiamenti e quindi i piccoli ancora non ci sono, peccato vorrà dire che la
prossima volta torneremo in maggio.

È stata una visita
obbligatoria, quella del museo ornitologico, ed assolutamente da consigliare,
perché per vedere tanti uccelli in poco tempo sarebbe davvero difficile e
richiederebbe maggior tempo.
Risalendo verso nord dopo
pochi chilometri abbiamo girato a sinistra sulla D37 alla ricerca di un
consigliato ristorante in località Albaron. Grazie al sole che iniziava a
tramontare, arrossando il paesaggio ho posizionato il 17-40 verso splendidi
paesaggi con prati verdi, alberi illuminati di rosso ed un cielo blu con candide
nuvole bianche e grigie.

Il buio della sera ci porta
al ristorante “al fenicottero rosa” dove una ricca cena di pesce accompagnata da
piacevoli vini bianchi rigorosamente del posto, conclude la nostra prima visita
lungo il delta del Rodano, nella celeberrima terra di Camargue dove già gli
antichi Romani erano arrivati apprezzando particolarmente questo territorio
magico dove ci hanno lasciato splendide testimonianze.

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